Lettera di Adelina al quotidiano La Repubblica

Mi chiamo Adelina, ma il mio vero nome è Alma Sejdini.
Adelina è il nome che mi ha accompagnato nei tristi anni in cui sono stata costretta alla prostituzione per colpa di persone che ho poi contribuito a mandare in galera avvalendomi di leggi che mi proteggevano, grazie alle Forze dell’Ordine che io definisco i miei angeli. Continuo a farmi chiamare Adelina, perché dopo la mia liberazione offro da anni il mio volto e la mia voce come testimonial di una lotta spesso incompresa contro il racket della prostituzione, a favore delle ragazze vittime di questa nuova forma di schiavitù.

Forse mi avete visto in qualche programma televisivo della RAI o di  Mediaset, o forse mi avete sentito per radio nella rubrica che curo per il circuito Radio Voce della Speranza. Oggi però si aggiunge un altro motivo di tristezza. All’indifferenza che spesso accompagna la sorte di migliaia di schiave, si aggiunge una legge – quella sul reato di clandestinità – che inevitabilmente danneggerà le ragazze costrette alla prostituzione, isolandole ancora di più, in un clima di paura e diffidenza. 

A nome di tutte le ragazze che avranno ancora più paura di parlare alla Polizia, voglio manifestare davanti al Parlamento italiano con uno sciopero della fame, al quale spero l’opinione pubblica presterà attenzione. Voglio manifestare a partire dai primi giorni di settembre anche il mio disagio personale – simile a quello di molti altri stranieri che sopravvivono con un lavoro in nero – che rischiano di essere espulsi nonostante  siano brave persone. Una legge che anziché combattere la delinquenza, butta nello sconforto e nella marginalità tante straniere come me.

Vi chiedo di aiutarmi nella mia lotta personale, anche a nome dei tanti stranieri irregolari che non meritano di essere trattati così dalla nazione italiana.

Alma Sejdini

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